(Too bad all the people who would know how to run the country are busy cutting hair, driving taxy or writing blogs)
Pochi i connotati comuni all’intero “popolo della rete”: un’età un po’ inferiore alla media, scarso carico di lavoro, e una certa propensione alla discussione da bar.
Anzi, diciamo pure che, con l’avvento dei blog e poi dei social network popolari, la rete è diventata un immenso bar o salone di parrucchiere, dove si buttano giù opinioni lapidarie (di solito senza neppure consultare prima almeno Wikipedia) su problemi anche molto complessi, salvo poi magari, vedendosi sbertucciati da qualcuno, invocare il diritto all’oblio.
Ma quest’ultima pulsione è già un tratto distintivo dell’Homo Telicus Sapiens, perché invece il Telicus Stultus, come del resto lo Stultus tout-court, non si ravvede mai. (Attenzione: parlo di difetti nei quali caschiamo tutti, compreso chi scrive!).
Egli/ella piomba nei forum online, nei blog e in fèisbuc armato di certezze incrollabili, di solito fondate sul nulla ma, nei casi più sofisticati, alimentate da frequentazioni monocordi e monodimensionali: l’ostinata, sistematica ed esclusiva frequenza delle fonti informative che assecondano i nostri pre-giudizi ci convince che le tesi avverse siano infondate, proprio poiché non le sentiamo mai argomentate…
Beninteso, la politica è uno degli argomenti complessi sui quali il Telicus ama esprimersi di più. Perché lo tocca personalmente. Certo, direte voi, anche la medicina lo tocca personalmente, eppure egli non si sognerebbe di discettarne. Tuttavia dobbiamo capirlo: avendo notato che la politica è divenuta il luogo dell’everyman, Telicus si è convinto che lì ogni opinione valga l’altra.
E allora eccolo spaziare da gran signore dalla contabilità nazionale all’energia nucleare, dalla sociologia alla filiera high-tech, essendo rigorosamente a digiuno anche dei minimi termini e animato, quando va bene, dalla lettura di un libro o, più spesso, da Ballarò o da Repubblica o da Libero, o magari anche solo da una sparuta vicissitudine quotidiana che lo ha segnato.
Oggi è di gran moda l’economia politica e, come in prossimità dei Mondiali spuntano milioni di Commissari Tecnici, adesso troviamo economisti saputi in ogni angolo della rete.
Essi non sanno che gli economisti veri bisticciano ancora oggi sul come si uscì dalla crisi del ’29: figuriamoci se hanno idea di quali possano essere le contromisure per uscire da quella attuale.
Eppure è indispensabile stare ad ascoltarli, perché essi sono tra le persone più informate al riguardo.
Il miglior modo per prendere decisioni (voto, cure mediche, risparmio) sulle questioni complesse è prenderle essendo informati. Il miglior modo per essere informati è stare a sentire gli esperti della materia. E nelle materie che hanno un forte connotato politico, come l’economia, occorre stare a sentire esperti di varie tendenze, keynesiani o ultraliberisti che siano. Tutti hanno validi argomenti, che ci apriranno la strada alle nostre personali decisioni.
Dovremmo diventare tutti economisti, dottori, studiosi? No. Dovremmo capire che, come non ci sogneremmo di somministrare un chemioterapico a un familiare solo per averne letto su un rotocalco (ma sappiamo che esistono anche questi scellerati), così non possiamo pensare di entrare a piedi uniti e gambe tese su argomenti complicatissimi dei quali non sappiamo una pippa, forti solo di una trasmissione televisiva o di frequentazioni monocolore.
Le persone non hanno ancora imparato a usare i motori di ricerca.
Lo si capisce analizzando le search che avvengono con Google o anche semplicemente guardando dietro le spalle degli amici che non abbiano un background informatico, ivi compresi i ragazzi.
Pochissimi sanno spiegare come mai paolo magrassi dia luogo a 96mila risultati, mentre “paolo magrassi” ne genera solo 18mila, oppure utilizzare i “+” i “-” eccetera.
Immagino dunque che giornalisti e politici siano ancora alle prese con le informazioni paradossali che gli provengono da Google, come nel gustoso caso del ministro Storace e dei due professoroni, che pure risale a ben 6 anni or sono!
Secondo me questo, ossia come effettuare le search sul web, è una delle cose che andrebbero insegnate a scuola, perché fanno parte dell’imparare a imparare, e non sono mero nozionismo. E si potrebbero insegnare anche in Tv, con spot di Pubblicità Progresso direi…
Ormai il Facebook Login impera. Avvertendo dei suoi rischi, come alle pagg. 30-37 del libro, in questi post e nelle conferenze, gridiamo nel deserto. (Vabbe’, c’è di peggio, relax!).
In Italia si è capita la pràivasi come può capirsi una parola straniera di cui si ignora financo la pronunzia (adesso, ahinoi, sta capitando anche al uèlfar), e la si invoca a ogni pie’ sospinto, quasi sempre a sproposito.
La invocano persino gli ex terroristi che, digitalmente confusi circa il famoso diritto all’oblio, si appellano ai tribunali per cancellare gli eventi storici come Piazza Fontana o Bologna che ne lordano l’immagine pubblica, sicuramente inducendo Roby Baggio a chiedersi se non sia il caso di far distruggere da un giudice ogni traccia del fatale rigore del 1994, e gli eredi don Abbondio a far riscrivere la scena dei Bravi facendola concludere con questi che se la dànno a gambe presi a calci nel culo.
Ma spesso della pràivasi ci si dimentica invece proprio quando occorrerebbe pensarci. E un caso di questi è il Facebook login.
Così abbiamo gente che protesta per le telecamere per strada o per la camera-car di StreetView, ma poi dice tutto di sé su Facebook e non sa che non solo quasi tutto ciò si può ritrovare in rete, ma anche quello che per caso non ci fosse finito può comunque essere recuperato conoscendo il login e che i mercanti usano software specializzati alla bisogna.
PS: Per iscriversi ai siti e ai social network più pop è ormai necessario fare FB login. Su Pinterest, addirittura, si svolge una messinscena in base alla quale tu saresti invitato e che si conclude con te che fai FB login…
Il cruciale dibattito sulle proprietà intellettuali è aperto da un quarto di secolo, lungo una strada tracciata da grandi visionari come Richard Stallman e Lawrence Lessig e proseguita da Benkler, von Hippel, “esr” Raymond e tanti altri, ai quali si uniscono Boldrin e Levine, il cui bel libro sta uscendo in Italia. Proviamo a ragionare.
La crusca (o parole a vanvera)
Idee e invenzioni, come canzoni libri o brevetti, devono essere gratuite. Chiunque può crackare e masterizzare libri, dischi, videogiochi e software a piacere, senza pagare nulla: è una questione di libertà individuali. Free software, così come open source o open content, implica gratis. Qualunque normativa volta a regolare il diritto d’autore è liberticida. Leggi e i codici devono essere diversi, sul web o nel mondo reale. Copyright e brevetti sono solo dannosi. Il business model di Big Media è tramontato: mentre ne inventano uno nuovo, io scarico tutto gratis. Tutte le frasi scritte sin qui in questo paragrafo sono stupidaggini e/o ipocrisie.
Il grano (problemi veri)
(1)
Creazioni e invenzioni devono essere fruite in modo diverso da quello del XX secolo:
- Le opere dell’ingegno che hanno un potenziale produttivo devono essere rese più (ri)utilizzabili, se vogliamo favorire lo sviluppo economico e l’innovazione. Occorre evitare il rischio che i brevetti finiscano col diventare più un freno che un impulso allo sviluppo. Vedi ad esempio i patent trolls, aziende che si impossessano di proprietà intellettuali (IP) solo per compravenderle e non già per sviluppare tecnologie o idee;
- Le creazioni coperte da copyright (libri, dischi, film, giochi) non sono più proteggibili come un tempo. E’ già successo in passato quando nuove tecnologie si sono affacciate, cambiando l’industria;
- Le invenzioni che hanno un impatto diretto sui beni comuni o sulla salute devono andare soggette a particolare attenzione;
- Le invenzioni cooperative da parte di molti individui, in pratica non identificabili, sono sempre più frequenti, eppure sfuggono al meccanismo dei brevetti.
(2)
Non sembra più così evidente che brevetti e copyright siano gli strumenti più efficaci per favorire creatività, innovazione e sviluppo economico. Dopo il software, e dopo l’internet, una revisione radicale si impone; magari anche una semplice rimozione di quelle tutele. Occorre tuttavia stare attenti a non correre troppo in fretta alle conclusioni. Non solo perché c’è chi si oppone alla rimozione dei brevetti e/o del copyright pur senza essere affiliato ai portatori di interessi; ma soprattutto perché ci sono dei settori produttivi la cui transizione va meditata, tutelata. Per esempio, se liberalizzassimo l’utilizzo delle nuove molecole farmacologiche, potrebbe conseguirne un periodo di gravi crolli in Borsa di tutti i settori IP-driven. (Un’analogia: gli economisti sanno che gli aiuti liberali al Terzo Mondo, a volte persino quelli delle ONG, sono inutili e spesso dannosi; ma se li abolissimo di colpo, sostituendoli con programmi di formazione, disincentivi allo sfruttamento estero e onesti progetti di partenariato, prima che le nuove misure dessero frutti potremmo avere morti, crisi politiche internazionali, guerre).
(3)
Le attuali norme concernenti le IP stanno dando luogo a storture intollerabili:
- i copyright tendono a diventare eterni;
- i brevetti sui procedimenti come one-click shopping o su certi software sono assurdi;
- i brevetti di organismi viventi o di verdure sono inaccettabili;
- le lobbies dello status quo, come Big Content o la WIPO, influenzano sensibilmente la legislazione concernente le IP. Le proposte di legge che ne derivano sono molto spesso un miscuglio di pelosi interessi particolari e di incompetenza digitale.
(4)
Nell’economia moderna il saper fare è più importante del fare. Il capitale intellettuale (IP + cap. organizzativo + cap. di relazione) è spesso più importante di quello strumentale e di quello finanziario. Dunque, anche se riconosciamo la necessità di riformare radicalmente la materia, dobbiamo ideare nuovi meccanismi di remunerazione del capitale intellettuale e agevolarne lo scambio, e preoccuparci di gestire un adeguato periodo di transizione dal sistema attuale a quello nuovo. Occorre anche aggiungere che, in realtà, una parte cospicua se non maggioritaria del capitale intellettuale è costituita da competenze non assoggettabili a brevetti, trademark, copyright: ossia le IP sono solo una parte (in certi settori merceologici minima) del capitale intellettuale, la “conoscenza” tacita e implicita che è il motore dell’economia moderna.
(5)
Come conciliare e armonizzare IP (anche nelle nuove definizioni, quali che saranno) e beni comuni? In un’atmosfera politica equilibrata, devono poter convivere cose che sono considerate beni comuni, dunque non assoggettabili a proprietà privata, e cose il cui scambio mercantile è accettato e anzi incoraggiato. Come definire il contorno tra questi due spazi? Questo è un settore economico che non sta ricevendo sufficiente attenzione da parte dei ricercatori, e che viene solitamente liquidato con rudimentali (e spesso fuorvianti) analogie con il software open source.
(6. Al cuore della questione)
Molti usano un vecchio argomento retorico suggestivo: una cosa è l’idea originale, un’altra le infinite copie che se ne possono trarre. Se vendo un paio di scarpe, non lo possiedo più; se vendo un’idea, ce l’ho ancora. Il creativo, l’inventore non dovrebbero guadagnare ritenendo dei diritti di esclusiva sulla loro creazione, perché ciò inibisce il riutilizzo delle idee e delle invenzioni: chiunque dovrebbe essere libero di copiarle per farne l’uso che crede, perché questa è la strada per la fertilizzazione e lo sviluppo. L’inventore dovrebbe guadagnare vendendo le copie (o mediante altre attività ancillari), e non già l’idea vera e propria. Copyright, brevetti et similia vanno aboliti.
Obiezione 0 (semiseria): Quando contemplo il CD di Dark Side Of The Moon non penso “Ecco la copia di un’idea dei Pink Floyd” ma penso “ecco l’opera/idea dei Pink Floyd”. Idem quando contemplo Toy Story oppure la formula dell’algoritmo Rivest – Shamir – Adleman per la crittografia a chiave pubblica. La copia di un’idea fa pensare piuttosto a quando copio il compito dal compagno di classe. Ma questa è un’obiezione che vale all’incirca quanto quell’artificio retorico. Andiamo invece al sodo della questione, che è seria:
Obiezione 1: Se chiunque è libero di vendere la propria copia, eventualmente dopo averne fatte molte copie, allora la remunerazione dell’autore/inventore potrebbe essere gravemente lesa, se non annulla
ta. Non a caso, alla prima GNU “virale” di Stallman sono subito seguite varianti annacquate… E’ vero che al primo lancio dell’idea (libro, disco, film, invenzione) possono esserci buone vendite e dunque un buon guadagno per autore ed editore anche senza copyright o brevetto. Ma, la long tail allora? E se le vendite del primo lancio non vanno ma sotto c’è una cosa grossa? E’ vero anche, poi, che non mancano gli esempi di chi ha fatto i soldi vendendo copie della sua idea o anche solo vendendo la prima copia (come la prima edizione di un libro di successo). Ma sono solo casi, esempi. Purtroppo l’economia non è una scienza galileiana, sperimentale, sicché in realtà non sappiamo che succede quando modifichiamo qualcosa di fondamentale. Noi non sappiamo quel che succederà quando rimuoveremo brevetti e copyright: bisogna avere l’onestà intellettuale di ammetterlo, aggiungendo che siamo pronti a pagare dei danni collaterali per una riforma in cui crediamo. Del resto, copyright e brevetti stanno producendo danni collaterali da decenni.
Obiezione 2: Tra l’autore / inventore e i suoi clienti c’è sempre una filiera. Io vendo a un editore il copyright, o a un imprenditore il brevetto. Sono loro, poi, a vendere ai clienti finali. Come regoliamo la mia remunerazione quale creatore o inventore? Mentre cerco editori o industriali diposti a comprare la mia idea, come la proteggo? Vogliamo ammettere almeno un copyright o un brevetto che scade nel momento in cui qualcuno (editore, imprenditore) lo utilizza la prima volta? (Sempre tenendo presente che i Beatles furono respinti dalla Decca e Il gattopardo da Einaudi, van Gogh non vendette quasi nulla e la teoria dei gruppi fu capìta decenni dopo la morte di Galois…).
Obiezione 3: Dobbiamo stare attenti a non cadere in una spirale di argomentazioni che ci portino a concludere che tutto va remunerato, dal taglio dei capelli al cocomero all’iPhone, tranne le invenzioni e le idee. Questo sarebbe sciocchino il linea di principio e anche anacronistico, visto che oggi il know-how (ampollosamente detto “conoscenza”) conta oggi quasi di più dei beni fisici.
Obiezione 4: Anche quando vendo una BMW o un iPhone sto vendendo la copia di un’idea, perché entrambi sono fatti soprattutto di design (di stile e industriale), di marketing, di brand, di customer experience (ecco di nuovo il capitale intellettuale. Che, ripeto, non è solo IP). Ciò che in una BMW o un iPhone è materia e fabbrica determina il prezzo di vendita solo in parte minore. Se Tata o Ericsson potessero anche loro, senza dover pagare oneri/royalties, vendere le BMW o gli iPhone, lo farebbero subito, rivolgendosi ai medesimi terzisti che oggi fabbricano quei prodotti (sempre che imparassero a padroneggiare la supply chain -conoscenza tacita). E improvvisamente le BMW e gli iPhone varrebbero molto meno. Siamo sicuri che questo non sia un problema? Siamo in grado di prevedere almeno le principali conseguenze di tali modifiche?
PAOLO MAGRASSI CREATIVE COMMONS ATTRIBUZ. NON OPERE DERIVATE 2.5
“SOPA è al tempo stesso troppo forte e troppo ampia. Troppo forte nei rimedi che propone, e troppo ampia per i problemi che cerca di aggredire. [... ] Nel complesso, il mio voto è un no.” [Jonathan Zittrain, giurista, co-fondatore del Berkman Center for Internet and Society ad Harvard]
La faccenda della pirateria digitale va risolta.
Va risolta perché abbiamo lasciato crescere una generazione di confusi che, spalleggiati da un’orda i ipocriti, scambiano la ricettazione per libertà.
Va risolta perché il diritto d’autore necessita di riforme: open source/content e creative commons hanno indicato la strada.
Va risolta perché nella società post-industriale (“economia della conoscenza”) le opere dell’ingegno hanno un’importanza cruciale.
Va risolta perché non possiamo accettare che si brevettino fagiolini e zucchine.
Va risolta armonizzando la funzione di beni comuni da un lato e proprietà intellettuali dall’altro.
Purtroppo la strada sarà molto lunga, come dimostra il fatto che dura già da un quarto di secolo.
Lunga perché il tema è complesso e va al cuore di alcuni cardini sociali, come proprietà privata, libero mercato, lavoro, beni comuni.
Lunga perché i tempi della politica lo sono.
E siamo ancora nello stadio storico nel quale le lobby propongono le leggi e queste si affacciano ai parlamenti in condizioni di deludente partigianeria: succede in America, figuriamoci in Italia dove di economia digitale capiscono poco persino gli accademici e dove la cultura giuridica è ancora sostanzialmente digiuna dell’argomento.
L’anonimato è malattia infantile dell’internet.
L’Umanità se ne sbarazzererà quando tutti saranno nativi digitali, e tramonteranno miti come il “mondo virtuale” e la credenza che in quel mondo le persone siano essenzialmente diverse dalle loro proiezioni concrete.
Naturalmente ci sono situazioni speciali, come la lotta contro un tiranno, la protezione di un testimone, o la tutela della privacy, nelle quali l’anonimato è strumento utile e giustificabile.
Ma il nascondersi dietro uno pseudonimo per propugnare opinioni bislacche delle quali noi stessi ci vergogniamo, o per insultare “liberamente” il politico la suocera il capo l’avversario, o per diffamare, o per rubare proprietà intellettuali adducendo ridicole giustificazioni ideologiche, non assomiglia in alcun modo al potenziale di liberazione insito in un utilizzo intelligente, progressivo e democratico delle tecnologie digitali.
Si celebrano genetliaci. Bene. Però in Italia, dopo 20 anni, si continua a confondere Web e Internet. (Nella stampa anglosassone, non succede neanche nei giornali dei pensionati).
E l’articolo determinativo proprio non riesce a farsi strada…
L’austera divinità Internet, occulta e Maiuscola, continua a essere oggetto misterioso nella cultura italiana. 40 anni dopo ARPANET; 32 anni dopo Compuserve; 29 anni dopo TCP/IP; 18 anni dopo Mosaic…
Mah!
Nel libro congetturo che la tecnologia informatica possa aver provocato la distribuzione iniqua di ricchezza alla quale stiamo assistendo.
Erik se ne dice sicuro.
A me resta il dubbio che l’impetuosa innovazione finanziaria e la facile dislocazione produttiva siano fattori anche più forti. Sùbito dopo, però, devo ammettere che nessuna delle due sarebbe stata possibile senza l’informatica…
Nessuno sembra intravedere la via d’uscita. La race against the machine potrebbe essere persa…
Steve Jobs era imprenditore spavaldo e audace, geniale e astuto. Più che il pleonastico iPhone, il monco iPad e il meraviglioso iPod del quale pure sono stato uno dei primi acquirenti (ma che non fu il primo mp3 player), di lui mi piace ricordare l’ideazione (con Wozniak) del personal computer e l’impulso dato alla formidabile Pixar.
Ho applaudito alle sue conturbanti e superflue chimere made in China e superbamente designed in California, ma non sono mai cascato nella rete del loro fascino, anche perché una (lo ammetto) patologica fobia del conformismo mi allontana da loro oggi proprio come mi attirò al Mac decenni or sono.
Non mi ha mai entusiasmato l’oggi celebrato discorso del 2005 a Stanford, che piace in Italia solo perché non si ha familiarità con l’accattivante retorica dell’American Dream (e piace -meno- in Usa perché si rifà al flower power e dunque ricorda la giovinezza).
I canti funebri elevati in onore di Steve Jobs e le manifestazioni di commozione stile Lady D possono anche essere letti come un’ulteriore dimostrazione della confusione digitale in cui versano i consumatori, in tutto il mondo e in Italia specialmente.
Storditi dai trastulli e dalle mode, i consumatori italiani sono incapaci di comprendere la vera portata della rivoluzione digitale.
Consumiamo in gran copia i gadget, ma non li produciamo. Il software ci è pressoché estraneo. (Facciamo componenti hardware, ma nemmeno lo sappiamo). Ci sfugge quasi completamente in cosa possa consistere un utilizzo generativo, o almeno produttivo, di quei medesimi gingilli: di essi percepiamo solo il nitore del design, come in pezzi di Armani, oppure, alla D&G, lo status symbol che collocherebbe al di qua del divario digitale -mentre siamo, ahinoi, piuttosto di là.
Nessuno poi, tra gli ammirati portatori di crisantemi per SJ, che abbia mai sentito nominare Stallman o Torvalds (per non dire di Ritchie, morto negli stessi giorni tra l’indifferenza generale). Anzi, bestemmiando l’insegnamento di questi eroi, in Italia più che altrove nell’OCSE si rubano sistematicamente, mediante download illegali, software, films, musica, ammantandosi di motivazioni ignobili e intellettualmente scadenti.
Infine: siamo sicuri che Steve possa andare orgoglioso del compianto di un popolo che, in fatto di Grandi Imprenditori Che Hanno Cambiato Il Mondo, da circa un ventennio dimostra competenza così scarsa?



