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gennaio 27, 2012 / paolomagrassi

Proprietà intellettuali: il grano e la crusca

Il cruciale dibattito sulle proprietà intellettuali è aperto da un quarto di secolo, lungo una strada tracciata da grandi visionari come Richard Stallman e Lawrence Lessig e proseguita da Benkler, von Hippel, “esr” Raymond e tanti altri, ai quali si uniscono Boldrin e Levine, il cui bel libro sta uscendo in Italia. Proviamo a ragionare.

La crusca (o parole a vanvera)

Idee e invenzioni, come canzoni libri o brevetti, devono essere gratuite. Chiunque può crackare e masterizzare libri, dischi, videogiochi e software a piacere, senza pagare nulla: è una questione di libertà individuali. Free software, così come open source o open content, implica gratis. Qualunque normativa volta a regolare il diritto d’autore è liberticida. Leggi e i codici devono essere diversi, sul web o nel mondo reale. Copyright e brevetti sono solo dannosi. Il business model di Big Media è tramontato: mentre ne inventano uno nuovo, io scarico tutto gratis. Tutte le frasi scritte sin qui in questo paragrafo sono stupidaggini e/o ipocrisie.

Il grano (problemi veri)

(1)

Creazioni e invenzioni devono essere fruite in modo diverso da quello del XX secolo:

  • Le opere dell’ingegno che hanno un potenziale produttivo devono essere rese più (ri)utilizzabili, se vogliamo favorire lo sviluppo economico e l’innovazione. Occorre evitare il rischio che i brevetti finiscano col diventare più un freno che un impulso allo sviluppo. Vedi ad esempio i patent trolls, aziende che si impossessano di proprietà intellettuali (IP) solo per compravenderle e non già per sviluppare tecnologie o idee;
  • Le creazioni coperte da copyright (libri, dischi, film, giochi) non sono più proteggibili come un tempo. E’ già successo in passato quando nuove tecnologie si sono affacciate, cambiando l’industria;
  • Le invenzioni che hanno un impatto diretto sui beni comuni o sulla salute devono andare soggette a particolare attenzione;
  • Le invenzioni cooperative da parte di molti individui, in pratica non identificabili, sono sempre più frequenti, eppure sfuggono al meccanismo dei brevetti.

(2) 

Non sembra più così evidente che brevetti e copyright siano gli strumenti più efficaci per favorire creatività, innovazione e sviluppo economico. Dopo il software, e dopo l’internet, una revisione radicale si impone; magari anche una semplice rimozione di quelle tutele. Occorre tuttavia stare attenti a non correre troppo in fretta alle conclusioni. Non solo perché c’è chi si oppone alla rimozione dei brevetti e/o del copyright pur senza essere affiliato ai portatori di interessi; ma soprattutto perché ci sono dei settori produttivi la cui transizione va meditata, tutelata. Per esempio, se liberalizzassimo l’utilizzo delle nuove molecole farmacologiche, potrebbe conseguirne un periodo di gravi crolli in Borsa di tutti i settori IP-driven. (Un’analogia: gli economisti sanno che gli aiuti liberali al Terzo Mondo, a volte persino quelli delle ONG, sono inutili e spesso dannosi; ma se li abolissimo di colpo, sostituendoli con programmi di formazione, disincentivi allo sfruttamento estero e onesti progetti di partenariato, prima che le nuove misure dessero frutti potremmo avere morti, crisi politiche internazionali, guerre).

(3)

Le attuali norme concernenti le IP stanno dando luogo a storture intollerabili:

  • i copyright tendono a diventare eterni;
  • i brevetti sui procedimenti come one-click shopping o su certi software sono assurdi;
  • i brevetti di organismi viventi o di verdure sono inaccettabili;
  • le lobbies dello status quo, come Big Content o la WIPO, influenzano sensibilmente la legislazione concernente le IP. Le proposte di legge che ne derivano sono molto spesso un miscuglio di pelosi interessi particolari e di incompetenza digitale.

(4)

Nell’economia moderna il saper fare è più importante del fare. Il capitale intellettuale (IP + cap. organizzativo + cap. di relazione) è spesso più importante di quello strumentale e di quello finanziario. Dunque, anche se riconosciamo la necessità di riformare radicalmente la materia, dobbiamo ideare nuovi meccanismi di remunerazione del capitale intellettuale e agevolarne lo scambio, e preoccuparci di gestire un adeguato periodo di transizione dal sistema attuale a quello nuovo. Occorre anche aggiungere che, in realtà, una parte cospicua se non maggioritaria del capitale intellettuale è costituita da competenze non assoggettabili a brevetti, trademark, copyright: ossia le IP sono solo una parte (in certi settori merceologici minima) del capitale intellettuale, la “conoscenza” tacita e implicita che è il motore dell’economia moderna.

(5)

Come conciliare e armonizzare IP (anche nelle nuove definizioni, quali che saranno) e beni comuni? In un’atmosfera politica equilibrata, devono poter convivere cose che sono considerate beni comuni, dunque non assoggettabili a proprietà privata, e cose il cui scambio mercantile è accettato e anzi incoraggiato. Come definire il contorno tra questi due spazi? Questo è un settore economico che non sta ricevendo sufficiente attenzione da parte dei ricercatori, e che viene solitamente liquidato con rudimentali (e spesso fuorvianti) analogie con il software open source.

(6. Al cuore della questione)

Molti usano un vecchio argomento retorico suggestivo: una cosa è l’idea originale, un’altra le infinite copie che se ne possono trarre. Se vendo un paio di scarpe, non lo possiedo più; se vendo un’idea, ce l’ho ancora. Il creativo, l’inventore non dovrebbero guadagnare ritenendo dei diritti di esclusiva sulla loro creazione, perché ciò inibisce il riutilizzo delle idee e delle invenzioni: chiunque dovrebbe essere libero di copiarle per farne l’uso che crede, perché questa è la strada per la fertilizzazione e lo sviluppo. L’inventore dovrebbe guadagnare vendendo le copie (o mediante altre attività ancillari), e non già l’idea vera e propria. Copyright, brevetti et similia vanno aboliti.

Obiezione 0 (semiseria): Quando contemplo il CD di Dark Side Of The Moon non penso “Ecco la copia di un’idea dei Pink Floyd” ma penso “ecco l’opera/idea dei Pink Floyd”. Idem quando contemplo Toy Story oppure la formula dell’algoritmo Rivest – Shamir – Adleman per la crittografia a chiave pubblica. La copia di un’idea fa pensare piuttosto a quando copio il compito dal compagno di classe. Ma questa è un’obiezione che vale all’incirca quanto quell’artificio retorico. Andiamo invece al sodo della questione, che è seria:

Obiezione 1: Se chiunque è libero di vendere la propria copia, eventualmente dopo averne fatte molte copie, allora la remunerazione dell’autore/inventore potrebbe essere gravemente lesa, se non annullata. Non a caso, alla prima GNU “virale” di Stallman sono subito seguite varianti annacquate… E’ vero che al primo lancio dell’idea (libro, disco, film, invenzione) possono esserci buone vendite e dunque un buon guadagno per autore ed editore anche senza copyright o brevetto. Ma, la long tail allora? E se le vendite del primo lancio non vanno ma sotto c’è una cosa grossa? E’ vero anche, poi, che non mancano gli esempi di chi ha fatto i soldi vendendo copie della sua idea o anche solo vendendo la prima copia (come la prima edizione di un libro di successo). Ma sono solo casi, esempi. Purtroppo l’economia non è una scienza galileiana, sperimentale, sicché in realtà non sappiamo che succede quando modifichiamo qualcosa di fondamentale. Noi non sappiamo quel che succederà quando rimuoveremo brevetti e copyright: bisogna avere l’onestà intellettuale di ammetterlo, aggiungendo che siamo pronti a pagare dei danni collaterali per una riforma in cui crediamo. Del resto, copyright e brevetti stanno producendo danni collaterali da decenni.

Obiezione 2: Tra l’autore / inventore e i suoi clienti c’è sempre una filiera. Io vendo a un editore il copyright, o a un imprenditore il brevetto. Sono loro, poi, a vendere ai clienti finali. Come regoliamo la mia remunerazione quale creatore o inventore? Mentre cerco editori o industriali diposti a comprare la mia idea, come la proteggo? Vogliamo ammettere almeno un copyright o un brevetto che scade nel momento in cui qualcuno (editore, imprenditore) lo utilizza la prima volta? (Sempre tenendo presente che i Beatles furono respinti dalla Decca e Il gattopardo da Einaudi, van Gogh non vendette quasi nulla e la teoria dei gruppi fu capìta decenni dopo la morte di Galois…).

Obiezione 3: Dobbiamo stare attenti a non cadere in una spirale di argomentazioni che ci portino a concludere che tutto va remunerato, dal taglio dei capelli al cocomero all’iPhone, tranne le invenzioni e le idee. Questo sarebbe sciocchino il linea di principio e anche anacronistico, visto che oggi il know-how (ampollosamente detto “conoscenza”) conta oggi quasi di più dei beni fisici.

Obiezione 4: Anche quando vendo una BMW o un iPhone sto vendendo la copia di un’idea, perché entrambi sono fatti soprattutto di design (di stile e industriale), di marketing, di brand, di customer experience (ecco di nuovo il capitale intellettuale. Che, ripeto, non è solo IP). Ciò che in una BMW o un iPhone è materia e fabbrica determina il prezzo di vendita solo in parte minore. Se Tata o Ericsson potessero anche loro, senza dover pagare oneri/royalties, vendere le BMW o gli iPhone, lo farebbero subito, rivolgendosi ai medesimi terzisti che oggi fabbricano quei prodotti (sempre che imparassero a padroneggiare la supply chain -conoscenza tacita). E improvvisamente le BMW e gli iPhone varrebbero molto meno. Siamo sicuri che questo non sia un problema? Siamo in grado di prevedere almeno le principali conseguenze di tali modifiche?

PAOLO MAGRASSI CREATIVE COMMONS ATTRIBUZ. NON OPERE DERIVATE 2.5

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